Rondolino contro Bersani – Da facebook

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Scritto da Fabrizio Rondolino sulla sua pagina Facebook – Come spesso mi capita, ieri ho scritto un tweet polemico che ha suscitato un’ondata di polemiche. In particolare, mi è stato rimproverato di usare l’arma dell’insulto contro un politico – Pierluigi Bersani – che legittimamente conduce una sua battaglia politica.

Bisognerà prima o poi discutere sul significato della parola ‘insulto’, sul suo uso quotidiano, sulla distorsione che i social imprimono al nostro dibattito pubblico. Nel frattempo, non sfuggo al punto. Non so se si sia trattato di un insulto (ciascuno ha dato e darà il suo giudizio), ma so di aver detto una verità politica. Sì, Bersani – il politico, naturalmente, non la persona – è squallido, privo di principi, intimamente vigliacco.

E’ squallido chi per anni lavora nell’ombra contro il proprio partito, contro il proprio segretario, contro il proprio governo.

Bersani, il leader superfavorito in tutti i sondaggi, “non vinse” le elezioni del 2013, non riuscì a far eleggere i propri candidati al Quirinale, non riuscì a formare un goveno con Grillo e infine fu costretto a dimettersi dalla segreteria del Pd. Al suo posto fu eletto Matteo Renzi (con il 67,5% dei consensi), mentre il suo candidato raccolse appena il 18,21%. Buonsenso, dignità e rispetto per il partito avrebbero imposto un periodo di silenzio.

In alternativa, Bersani avrebbe potuto fare come Sanders: e cioè convincere la sua area politica della bontà della nuova leadership, sostenerla, spiegarne le buone ragioni a quella parte di sinistra che legittimamente ne diffidava.

Bersani invece ha scelto una terza strada: opporsi sistematicamente ad ogni provvedimento del governo (dalla scuola al lavoro, dalla legge elettorale alla tassa sulla prima casa), minare la credibilità della nuova leadership assecondando la teoria dell’“usurpatore”, aizzare i contrari, polemizzare esclusivamente con il gruppo dirigente del proprio partito e mai con le molte e agguerrite opposizioni.

E questo è davvero squallido.

E’ privo di principi chi cambia opinione a seconda della convenienza personale, del posizionamento politico, dell’autoconservazione.

Nel corso dei due anni abbondanti di dibattito parlamentare, Bersani ha sempre votato a favore della riforma Boschi: tre volte personalmente alla Camera e altre tre volte, per interposto Gotor, al Senato, anche dopo l’approvazione in via definitiva dell’Italicum.

Lo scorso 2 maggio, mentre a Firenze Renzi apriva la campagna per il Sì, da Bologna Bersani assicurava: “Abbiamo votato sì alle riforme e votiamo sì al referendum, purché non venga fuori un sì cosmico contro un no cosmico. Stiamo parlando di precise modifiche della Costituzione, non di nuovi scenari politici”.

Ospite di Giovanni Floris, Bersani ha poi spiegato agli italiani perché voterà Sì: “Perché penso che comunque correggere il bicameralismo sia un fatto importante, perché lì dentro ci sono alcune cose buone. Nell’insieme, nella somma algebrica del più e del meno, è un passo avanti”.

Bersani ha successivamente posto come condizione per il suo Sì la riforma dell’Italicum e una chiara definizione delle modalità di elezione dei senatori: ma non appena Renzi si è detto disponibile ad affrontare entrambe le questioni, s’è rifiutato di partecipare all’apposita commissione e ha dichiarato di non credere agli asini che volano. Ora scopriamo che sta facendo attivamente campagna elettorale per il No, dopo aver assicurato più volta che mai l’avrebbe fatta (pur reclamandone l’assoluta legittimità).

E questo è davvero senza principi.

E’ intimamente vigliacco chi non ha il coraggio di dichiarare pubblicamente la propria posizione e i propri obiettivi, chi finge di ignorare le conseguenze dei suoi atti, chi nasconde la mano che brandisce il pugnale.

La posta in gioco di questo referendum – la colpa forse è di Renzi, forse no: ma non è questo il punto – è la leadership del Paese e del Pd. Di più: è un intero progetto politico che viene sottoposto a giudizio, messo in discussione, votato.

L’alternativa non è il socialismo, ma uno sfondamento grillino o un ripiegamento consociativo (a questo serve il proporzionale) che blocchi il sistema politico per un ventennio. Chi vota No vuole cacciare in un sol colpo Renzi, il governo delle riforme e il sistema dell’alternanza. D’Alema lo dice apertamente da mesi, Bersani finge che la questione sia l’ampiezza del premio di maggioranza o il voto di preferenza o il numero di schede che avranno i prossimi elettori dei Consigli regionali.

E questo è davvero vigliacco.