aiutiamoli a casa loro

Aiutiamoli a casa loro. Questo è il mantra politico degli ultimi tempi quando si parla di immigrazione e di come fermare l’ondata di sbarchi in Italia, una ondata che ormai è diventata una marea. Ma cosa si intende veramente (o cosa si dovrebbe intendere) con la frase aiutiamoli a casa loro?

Di solito con la frase aiutiamoli a casa loro si intende fare in modo di creare le condizioni necessarie affinché le popolazioni dei Paesi in via di Sviluppo (PSV) non sentano la necessità di lasciare il loro paese di origine. Per farlo si dice che sia necessario aumentare gli aiuti alla cooperazione allo sviluppo che negli ultimi anni sono stati costantemente tagliati. Ebbene, questo è vero solo in parte e comunque occorre fare distinzione tra progetti di sviluppo e piani di sviluppo perché non sono la stessa cosa.

Un progetto di sviluppo è generalmente quel progetto finalizzato alla crescita di determinate comunità, è sostanzialmente un progetto di crescita mirata che nella maggioranza dei casi riguarda comunità locali o al massimo piccole regioni. I progetti di sviluppo implementati da ONG, ONLUS o associazioni sono decine di migliaia e vanno dal più piccolo che può essere lo scavo di un pozzo, al più grande che può riguardare grandi comunità agricole. La loro utilità nel migliorare le condizioni di vita delle comunità che ne beneficiano è indiscussa, ma parliamo di comunità non di popoli. Tra i progetti di sviluppo si tende spesso a far rientrare anche i progetti di emergenza, ma è un errore perché un progetto di emergenza è completamente diverso rispetto a un progetto di sviluppo, segue un altro iter e spesso viene gestito da attori diversi. Per esempio l’Unione Europea ha creato un apposito apparato (o agenzia) destinato a gestire e finanziare i progetti di emergenza (si chiama ECHO) mentre per i progetti di sviluppo c’è un apposito settore che fa capo alla cooperazione allo sviluppo.

Un piano di sviluppo invece è tutt’altra cosa e riguarda intere società non semplici comunità locali. Un piano di sviluppo è molto più articolato rispetto a un progetto di sviluppo, va a toccare l’economia nazionale, il sistema di governo, affronta problematiche molto attuali nei Paesi in Via di Sviluppo come la corruzione, il decentramento politico, affronta il problema dell’istruzione, dei Diritti Umani e quello dell’emigrazione verso altri Paesi. Insomma, un piano di sviluppo rispetto a un progetto di sviluppo non cerca solo di migliorare la vita delle popolazioni, cerca di cambiarla in maniera stabile e duratura agendo sulla società attraverso un percorso che necessariamente deve essere lungo e graduale per non creare pericolosi scompensi proprio in quella società che ne dovrebbe beneficiare.

Quello che quindi è venuto a mancare nella cooperazione allo sviluppo non sono tanto i progetti, che ce ne sono decine di migliaia, ma i piani di sviluppo.

Chiarito questo va chiarito chi deve prima studiare e poi implementare i piani di sviluppo destinati a far crescere i PVS. Uno degli enti mondiali più importanti deputati a studiare e implementare piani di sviluppo è senza dubbio Banca Mondiale (World Bank). Un piano di sviluppo degno di questo nome non può non passare per Banca Mondiale. Qui però si apre un altro contenzioso di non poco conto per il quale il sottoscritto ha condotto molte (inutili) battaglie. World Bank valuta i piani di sviluppo e se vanno bene li finanzia. Tuttavia Banca Mondiale nel finanziare il piano segue delle regole ormai vetuste che prevedono l’elargizione dei fondi (parliamo di decine, a volte centinaia di milioni di dollari) direttamente al Governo dello Stato beneficiario. Perché questo è un errore? Perché la storia ci insegna che quel denaro prende vie diverse da quelle per cui era destinato e finisce con l’alimentare la corruzione, il malaffare e i politici nazionali e locali. Cioè, quel denaro che doveva essere destinato a eliminare le distorsioni che impediscono lo sviluppo delle società finisce per alimentare proprio quelle distorsioni. Lo stesso discorso, anche se solo in parte, lo fa l’Unione Europea, cioè l’altro grande contributore ai piani di sviluppo.

Ora capite che così non si va da nessuna parte e alla fine si finisce per alimentare il malaffare e la corruzione peggiorando ulteriormente le cose invece di migliorarle. Il risultato sono le ondate di emigrazione verso i Paesi avanzati.

Non è quindi una questione di tagli alla Cooperazione allo Sviluppo che incidono certamente, ma solo sui progetti di sviluppo. I piani di sviluppo al contrario non hanno subito tagli, anzi, i fondi stanziati sono aumentati. Il problema non sono quindi i soldi ma come vengono spesi e soprattutto a chi vengono dati.

Ora, parlare di aiutiamoli a casa loro senza considerare le vere problematiche che affliggono la cooperazione allo sviluppo è un modo come un altro per non affrontare veramente il problema, per girarci intorno e gettare fumo negli occhi di chi crede che sia tutto semplice. Aiutarli a casa loro significa attuare piani di sviluppo multidimensionali i quali possono certamente essere affiancati da progetti di sviluppo locale, ma solo come complemento o come progetti di emergenza mirati a risolvere crisi locali (dai conflitti alle crisi derivate dai cambiamenti climatici). Di soldi all’Africa ne sono stati mandati a vagonate e non sono serviti praticamente a nulla. Un motivo ci sarà. Eppure dopo decenni World Bank e le altre istituzioni deputate a favorire lo sviluppo continuano imperterrite a commettere gli stessi errori e il risultato solo i milioni di migranti che cercano in tutti i modi di raggiungere i Paesi sviluppati.

Allora certo, aiutiamoli a casa loro, ma facciamolo seriamente spendendo meglio il denaro destinato a migliorare le condizioni di vita dei Paesi in Via di Sviluppo. Smettiamola di dare denaro a governi corrotti e curiamo i piani di sviluppo direttamente o attraverso ONG certificate (ECHO su questo può insegnare parecchio). Banca Mondiale, Unione Europea e gli altri enti mondiali deputati a implementare i piani di sviluppo cambino la loro fallimentare politica di sostegno allo sviluppo e pretendano che le centinaia di milioni di dollari elargiti a tale scopo vengano usati realmente per favorire lo sviluppo economico, politico e democratico dei Paesi poveri. Solo così eviteremo che in un prossimo futuro mezza Africa si riversi sulle coste europee.